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genocidioLa stampa occidentale, ad eccezione di Le Monde, non era presente. E il giornale parigino, il secondo più influente del mondo secondo autorevoli fonti, mai parlò né di genocidio, né delle vere cause delle “violenze”; fornì letture stereotipate, approssimative, superficiali o inesatte circa il tessuto politico-economico-sociale che aveva generato le “violenze” stesse.

Il Rwanda venne condannato al silenzio da quella comunità internazionale che ama definirsi pacifista.di Gabriele Cruciata · 19 novembre 2013 · 85 visualizzazioni
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L’unione fa la forza: il Belgio multietnico approda ai MondialiQuando volete far del male a qualcuno, quando volete sadicamente farlo soffrire fino alla morte prolungandone l’agonia, fatelo restare in silenzio. Non fatelo esprimere, non fatelo urlare, non fatelo scendere in piazza. Quando volete schiacciare l’umanità di una persona, di un gruppo umano o di un intero popolo solo per preservare i vostri interessi, cucite la bocca di chi vi rema contro, tagliate loro le mani, avvelenate le loro coscienze, narcotizzate il loro pensiero e il loro libero arbitrio. È una lezione, questa, che l’Occidente ha imparato già molti anni fa. Ed è il motivo per cui oggi tutti conoscono e ricordano la Shoa e nessuno sa dell’esistenza dei genocidi in Cambogia, in Armenia, in Ucraina, in Rwanda… Ecco, il Rwanda. Quello del Rwanda è stato forse il genocidio più spietato che la Storia ricordi, e certamente l’unico per il quale siano stati condannati non solo gli esecutori dei massacri, ma anche coloro che ne fecero propaganda e li aizzarono. Nel 2003 il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda, al termine del media trial iniziato nel 2000, ha infatti condannato all’ergastolo tre dei principali “giornalisti” che, per mezzo di radio e giornali, incitarono al genocidio e fomentarono l’odio razziale, perché “senza armi da fuoco, machete o altri oggetti, voi avete provocato la morte di migliaia di civili innocenti”. 1 Ma l’Occidente non pensi di essersi ricostituito così una verginità pacifista, solo per aver istituito un Tribunale Internazionale. Non creda l’Occidente di aver scontato la propria pena.Le divisioni etniche che, esasperate, portarono al massacro rwandese furono create dai belgi, sostituitisi ai tedeschi nel 1916 a colonizzare il Paese; essi catalogarono la popolazione in razza Hutu, razza Tutsi e razza Twa, applicando le nostre assurde teorie positiviste basate su dati empirici quali la misura del naso, la statura, la gradazione del colore di pelle… Catalogarono, i Bianchi, e crearono carte d’identità che riportavano la razza di appartenenza dell’individuo. Catalogarono, i Bianchi, e decisero che i Tutsi fossero più evoluti, e per questo destinati a governare la manodopera Hutu, maggioritaria e poco evoluta. Divide et impera, e i Tutsi governarono fino al 1959, quando gli Hutu presero il potere per il tramite di una rivoluzione e di un successivo referendum, giungendo all’indipendenza dal Belgio nel 1962. I Tutsi a quel punto vennero fatti oggetto di violenze e discriminazioni tali da convincere molti di loro ad esiliare nei Paesi confinanti, in particolare in Uganda. E proprio in Uganda nacque alla fine degli Anni ’80 il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), che nel 1990 tentò un colpo di Stato in Rwanda ai danni del presidente Habyarimana, che dal 1973 governava con un sistema monopartitico. Per smorzare le tensioni, lo stesso presidente nel 1994 firmò un trattato di pace col FPR che concedeva al Fronte un importante ruolo politico all’interno del Paese. Pochi giorni dopo, il 6 aprile 1994, Habyarimana venne assassinato. Il Rwanda cadde nel caos più totale. Testate giornalistiche ed emittenti radiofoniche assai affermate ed esplicitamente a favore della causa di Hutu Power (il movimento pro-Hutu), quali Kangura e RTLM, trasformarono coi loro messaggi d’odio dei buoni cittadini in assassini spietati, capaci di uccidere a colpi di machete intere famiglie. Ci sono testimonianze agghiaccianti a riguardo; una tra tutte recita :“Stavamo scappando e decidemmo di nasconderci. Avevo la mia bimba di tre anni sulla schiena. La bambina iniziò a piangere, gli assalitori udirono il pianto e s’avvicinarono. Iniziai a correre, dietro di me gli assalitori mi inseguivano, la bimba cadde, e gli assalitori le dettero una legnata in testa. La bambina morì” 2Con la loro capacità di comunicare con una popolazione per i 2/3 analfabeta (l’una con delle vignette che accompagnavo o sostituivano l’articolo scritto, l’altra con l’impiego della lingua kinyarwanda al posto del francese), questi giornalisti terroristi violarono la dignità e l’umanità Tutsi, portandoli a livello di oggetti; li chiamarono “scarafaggi”, li accusarono di essere traditori, assassini del presidente; convinsero la popolazione che uccidere un Tutsi fosse paragonabile al calpestare una formica. Li additarono come i responsabili del crollo economico del Rwanda, come la rovina del Paese, come un male da estirpare. Nei 100 giorni del genocidio vennero uccisi circa 800.000 Tutsi, tra uomini, donne e bambini. Una vita ogni 9 secondi.Ma il genocidio fu programmato. Non fu affatto frutto di un’improvvisa reazione all’uccisione del presidente, come si voleva far credere. Nel periodo immediatamente precedente al 6 aprile 1994 in Rwanda si verificarono tutte quelle condizioni (Stato totalitario, partecipazione attiva dello Stato e crisi di governo) che favoriscono l’insorgere di un genocidio. Il crollo del prezzo del caffè determinò una flessione dell’economia ruandese tale da costringere il Paese alla richiesta di aiuti europei, ai quali fece seguito un periodo di forzata austerity, cui seguirono a cascata rivolte e insurrezioni (tra cui l’attacco del FPR). L’Occidente, oltre ad aver prima creato le divisioni razziali e poi oppresso il Paese coi tassi d’interesse, rimase immobile a guardare il genocidio.Anzi no, non lo guardò immobile: lo coprì. Anzi no, non lo coprì: lo finanziò.È stato dimostrato come lo Stato ruandese acquistò quasi 600.000 machete dalla Cina nel 1993, come il governo egiziano fornì allo stesso Stato mortai, lanciarazzi e granate, e come nelle stanze del Governo rwandese si parlasse di genocidio ai danni dei Tutsi già parecchio prima del 6 aprile 1994. Ma non finisce qui. La Francia, che da sempre ha grandissimi interessi in Africa, ha formato e poi finanziato il governo estremista, pilotando tra l’altro la stampa occidentale. Il Belgio, dopo l’uccisione di dieci dei suoi uomini ONU, ritirò le proprie truppe, lasciandone sul territorio meno di 300 (a fronte di una richiesta di aumento truppe da parte del generale Romeo Dallaire), e di fatto lasciando la strada aperta ai massacratori. Gli Usa (nonché la Francia) non usarono il termine “genocidio” almeno fino al giugno del 1994, così come l’ONU si disinteressò quasi totalmente della questione.La stampa occidentale, ad eccezione di Le Monde, non era presente. E il giornale parigino, il secondo più influente del mondo secondo autorevoli fonti, mai parlò né di genocidio, né delle vere cause delle “violenze”3; fornì letture stereotipate, approssimative, superficiali o inesatte circa il tessuto politico-economico-sociale che aveva generato le “violenze” stesse. Il Rwanda venne condannato al silenzio da quella comunità internazionale che ama definirsi pacifista.4Massimo Zaurrini, parlando del libro “La radio e il machete”, ha scritto “è prima di tutto un monito ai professionisti dell’informazione”, facendo capire come i maggiori responsabili di questi avvenimenti siamo noi europei, noi che abbiamo taciuto, che abbiamo sorvolato, che abbiamo soprasseduto. E se ci impressiona leggere di 800.000 morti in cento giorni o di una bambina di tre anni uccisa con una legnata in testa, allora dobbiamo indignarci, dobbiamo guardarci allo specchio e sputarvi sopra, perché non abbiamo parlato. E se poi ci fa senso leggere di un altro bambino che chiede al padre di poterlo aiutare nel suo impiego dicendo “ma posso almeno uccidere due o tre bambini della mia età”, allora dobbiamo anche informare altre persone. Dobbiamo raccontare questa storia al vicino di casa, al collega di lavoro, all’amico sull’autobus, affinché quest’indignazione non rimanga cosa individuale, ma diventi collettiva. E affinché quelle 800.000 anime non restino sole in una fossa comune, senza lasciare al mondo nessun insegnamento. È il prezzo da pagare per definirsi pacifisti o democratici: non apprezzare il deodorante spruzzatoci dal Potere, ma respirare a pieni polmoni il puzzo della verità.
1) Navanethem Pillay, leggendo la sentenza di ergastolo emanata il 19 agosto 2003 al termine del media trial ai danni di Ferdinand Nahimana, Jean Bosco Barayagwiza e Hassan Ngeze per genocidio, incitamento al genocidio e crimini contro l’umanità (poi tramutate in 30, 32 e 35 anni di prigionia il 28 novembre 2007 dalla Camera d’Appello).2) Da Fonju Ndemesah Fausta, La radio e il machete – Il ruolo dei media nel genocidio in Rwanda, Edizioni Infinito,Modena, 2009.3) Questa fu la parola più cruda che Le Monde utilizzò per descrivere il genocidio.4) In J.P. Chrétien, Rwanda. Les medias du génocide, Karthala, Parigi, 1995, si trova un’approfondita analisi (tematica, linguistica, stilistica… ) dei 900 articoli che Le Monde pubblicò sul tema, che dimostra come gli articoli siano privi di spiegazioni del perché di questi avvenimenti, e della descrizione della loro natura genocida.

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