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(Fonte: Il Fatto Quotidiano - Enrico Fierro) - La faida di Oppido Mamertino dietro l'intercettazione choc del giovane che racconta compiaciuto come si è disfatto del cadavere di un rivale. La criminalità calabrese coniuga regole arcaiche e spietate con la più sofisticata modernità, anche quando i suoi uomini crescono in una metropoli come Roma.

 

Calabria, Italia, anno del Signore 2013, qui si muore e si uccide come in Afghanistan, peggio che in Afghanistan. Il video che pubblichiamo è terrificante, un giovane killer di ‘ndrangheta racconta come ha ammazzato un suo avversario. Prima lo ha colpito con una pala (“quella che uso per togliere la merda dei maiali”), lo ha tramortito, poi lo ha gettato in pasto ai maiali. E’ l’epilogo di una antica faida di ‘ndrangheta, quella di Oppido Mamertina. Una guerra tra “famiglie” che dura da vent’anni e più e che ha lasciato sul terreno una trentina di morti. Pezzi di malacarne, mammasantissima, picciotti e innocenti. Anche una bimba di 8 anni morì sotto i colpi dei killer. Era il 1998 e pensavamo che l’orrore avesse raggiunto il suo picco massimo. Ma non era così, perché regola principale della ‘ndrangheta è che “sangu lava sangu”, il sangue si può lavare solo col sangue. Come nell’Albania più interna e arretrata, dove vige il codice “Kanun”, la legge di Dio. L’animo si placherà solo quando i figli maschi dei tuoi nemici saranno morti. Chi scrive negli anni passati ha conosciuto famiglie di Scutari che tenevano i loro figli maschi segregati in casa perché quello era l’unico modo per salvarli dalla vendetta.

Ma in questa vicenda c’è un di più. Innanzitutto l’età del killer (la voce che racconta ad un suo amico tutti i particolari dell’assassinio), 24 anni, e il fatto che il giovane sia cresciuto a Roma, quindi lontano dalla durezza dell’Aspromonte, dalle sue regole arcaiche, dalle sue “tradizioni” maledette di morte e sangue. Un amico calabrese, uomo di ottime letture, anni fa mi fornì una sua particolare spiegazione sulla violenza al limite della ferocia che pervade le cosche di ‘ndrangheta. “E’ un seme antico, che nasce da lontano, in alcuni luoghi della Calabria la gente si è dovuta da sempre difendere da una natura violenta. Hanno dovuto strappare pezzi di terra alla montagna per avere un tozzo di pane, hanno dovuto combattere con le frane, il vento, le fiumare che straripavano portandosi via case e terreni coltivati”. Una sorta di dna maledetto che resiste nel tempo, non muore mai, e che il giovane killer che ha vendicato in questo modo l’assassinio del padre e di altri membri della sua famiglia aveva dentro di sé intatto. Neppure l’essere vissuti in una metropoli come Roma, in contatto con altre culture, altri stili di vita, è servito a liberarlo dalla disumanità.

“Ho visto scrocchiare la tibia…cazzo come mangia sto maiale”, racconta all’amico che lo ascolta estasiato. E’ soddisfatto di sé, ha fatto quello che doveva fare, ora è finalmente un uomo, un boss. Che fenomeno complesso, non ancora compreso, la ‘ndrangheta, che straordinaria capacità diconiugare uno spirito arcaico e animale con la più sofisticata modernità. Il terrore ad Oppido Mamertina, gli investimenti milionari a Roma, nel cuore finanziario di Milano, nella ricca Germania, nella lontana Australia. Ferrea volontà di accumulare capitali e conquistare mercati, bestialità infinita nell’esercizio del potere in Calabria. E’ con boss capaci di atti come quello che avete visto, che politici importanti hanno rapporti, relazioni, intrecciano affari e chiedono voti. E’ la maledizione più grande della Calabria.

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