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pannelli solari nuova zelandaIsola di Great Barrier: 800 persone circondate dalla foresta senza trasporti pubblici, illuminazione e scuole secondarie Auckland è tra le dieci città più vivibili al mondo in termini di sanità, cultura e ambiente, istruzione e infrastrutture. A meno di 100 chilometri di mare, ma almeno 100 anni indietro nel tempo, c’è l’ultimo pezzo di terra prima dell’infinito oceano Pacifico: Great Barrier.DIETRO L'ANGOLO - La signorina della compagnia aerea ha appena ritirato il mio bagaglio. Devo trovarmi dietro l’angolo 5 minuti prima della partenza, ha detto. Sono preoccupato: dietro l’angolo c’è solo una macchinetta come quelle di Las Vegas che ha un braccio meccanico con il quale tenti di tirare su un peluche. Passo i controlli di sicurezza come se entrassi in discoteca e il buttafuori è un mio amico. Senza biglietto. Volerò con un modellino: nove posti più il pilota e i sedili in pelle con le cuciture come la 850 di mio nonno. Se quindi The Barrier è un salto indietro nel tempo non potevo che volare su una carrozza e atterrare su una pista d’erba. Sembra Lost, ma con un cielo più grande. GREAT BARRIER - «Great Barrier è lunga 40 km e ha una superficie di 280 km² circa. Poco asfalto e un sacco di fuoristrada. Senza un 4x4 potresti avere dei problemi. Niente trasporti sull’isola, tranne un bus che la percorre da una parte all’altra, una volta al giorno. Non c’è illuminazione sulle strade perché non esistono generatori di corrente comuni. L’acqua viene raccolta in cisterne quando le nuvole che passano sull’isola decidono di liberarsene e poi ci sono solo tre scuole primarie distribuite tra nord e sud: nessuna scuola secondaria, quando arriva il tempo, i ragazzi vanno in collegio ad Auckland. Siamo più o meno 800 persone che si prendono cura di questo posto. Sì, ogni tanto non è facile, ma ogni mattina quando mi sveglio e guardo fuori dalla finestra penso che per niente al mondo potrei rinunciarci. Ah, dimenticavo: c’è un pub tra Claris e Tryphena, se ti piace la birra». Raccolgo la borsa, mi giro, non c’è più. Sto guidando come un bambino in un negozio di giocattoli, a bocca aperta e nel mezzo della carreggiata. Non c’è un’anima: solo cielo infinito di un blu accecante che mi schiaccia sulla strada. L’oceano, le dune di sabbia e vento fortepiano, onde alte, mare a strisce. Entro nella foresta ed è come chiudersi una porta alle spalle. Il 4x4 arranca su questa strada di buchi sempre più stretta che si ingarbuglia tra la vegetazione. Sono sudato fradicio. Non sono abituato a questo tipo di guida. UNA VITA SOSTENIBILE - Quando finisce la strada, ho davanti questa casa tutta di legno grezzo e spesso e spessi i vetri. Abiterò qui. È la cima della Schooner Bay, l’abitazione si può vedere solo dal mare. Un eremo che guarda l’Hauraki Gulf e la penisola di Coromandel. Là sotto, quasi ogni giorno, balene e delfini nuotano indisturbati. Questa casa – un classico esempio di abitazione passiva – come del resto tutti gli edifici sull’isola, è interamente autosufficiente: ricava tutta l’energia per funzionare dal sole con i pannelli fotovoltaici e dal vento, riceve l’acqua dalle piogge che, a sua volta, viene raccolta in un serbatoio per essere filtrata e bevuta, mentre allo stesso tempo una stufa riscalda l’ambiente, lavorando in collaborazione con i pannelli solari, producendo acqua calda. Basso consumo di legna e basse emissioni di CO2 e a scelta un’ottima cucina. Sarò banale, ma sono felice. Seduto a terra, su questo pavimento di legno riciclato pensando che tutto in questa casa funziona in collaborazione e per merito della Natura. «GRAZIE DIO» - Angela faceva la commercialista in città, ma 14 anni fa ha deciso di trasferirsi. «Su quest’isola ringrazi Dio anche se non ci credi». Difficile darle un’età. Ha lunghi capelli grigi, un tatuaggio tribale su un braccio, le piacciono i Rolling Stones ed è la mia guida. Entriamo nella Great Barrier Forest e mi racconta che negli ultimi anni sono stati messi in protezione numerosi animali e molte piante hanno ricominciato a fiorire. Più del 60% del territorio è sotto il controllo e la tutela del dipartimento di Conservazione che, insieme alla popolazione dell’isola, se ne prende cura. Mi dice: «Oggi ti porto a scuola e poi in una fattoria vera». A scuola mi onorano con un Powhiri, la cerimonia di benvenuto Maori che prevede condivisione di pensieri e l’Hongi: il tradizionale saluto dove naso e fronte sono delicatamente appoggiati su quelli della persona che hai davanti. In quel momento di comunione del respiro, secondo la tradizione si ha la presenza di Dio. Qui si usa così. Provocatoriamente chiedo della scuola secondaria, se non sarebbe meglio averla. «Certo, sarebbe più facile, ma i ragazzi devono scoprire cosa c’è al di là del mare. Cosa perdono, cosa vincono. Sono obbligati ad andarsene e torneranno solo se ne avranno voglia». La risposta lascia il segno. LIBERTÀ DI ESSERE LIBERI - Torno nella foresta, questa volta a piedi. Felci di due metri e palme, Pohutukawa fiori rossi e Kauri, gli alberi giganti: la vegetazione è sempre più intensa. Sono solo tra animali che si muovono invisibili e odori che non riconosco, o che il mio naso abituato a scarichi di automobili ha forse dimenticato. Il sentiero è stretto e la luce, ormai, filtra appena tra le piante, poi sbuca il nulla… o forse tutto. Scordatevi la natura come la conoscete, questa è una lotta quotidiana e una fatica infinita per produrre prodotti nel totale rispetto della terra, senza pesticidi, senza veleni. Una battaglia spesso perdente contro i topi che infestano l’isola e centinaia di frutti morsicati, rovinati e buttati, e però la soddisfazione di avere buoni raccolti lavorando in totale sintonia con il pianeta, senza sfruttarlo, lasciando riposare i terreni e coltivando bambù che migliora la qualità del suolo rendendolo più compatto e permettendo una riduzione dei gas responsabili dell’effetto serra. Gerald il fattore, quest’uomo alto, almeno, due metri e con la pelle mangiata dal sole, a un certo punto mi prende per un braccio e dice: «Sai qual è il segreto di questo posto? La libertà di essere liberi». DIVERSO E LONTANO - Adesso capisco questa gente, che decide di crescere i propri figli su quest’isola, che regola il proprio vivere quotidiano sulle maree, che in inverno può collegarsi con la nazione solo una volta alla settimana via mare, o con piccoli aerei che atterrano sull’erba; Great Barrier ha cambiato l’accezione di rinuncia. Potrebbe essere un film: una storia tra uomo e natura, lealtà e rispetto, ma anche di interdipendenza, in nome di uno sviluppo sostenibile che tutelando e valorizzando le risorse naturali sia coerente con i bisogni futuri oltre che con quelli attuali. È tutto così diverso e lontano da come sono le nostre vite, dalla nostra ossessione al lavoro, dal rapporto con l’intorno e il valore della comunità e l’inesistenza della burocrazia. La velocità del tempo. Quella sensazione di sentirsi abbandonati e veramente liberi. Great Barrier è la macchina del tempo dell’anima dell’Uomo e del suo modo di pensare.

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