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DIFFAMATO DA NOI, STALIN AVEVA RAGIONE

DAL CONCRETO ALL’ASTRATTO

ARTE

Parto da lontano per dimostrare che non tutti sono autorizzati a dire la loro su qualunque argomento. Bisogna raggiungere la necessaria competenza per sapere quello che si dice, per operare valutazioni appropriate.

Visito mostre pittoriche rispondenti al mio gusto estetico. I loro autori non sono gli ultimi arrivati ed invariabilmente mi ripetono il medesimo discorso.

Non si nasce maestri. Si comincia da allievi con la giusta attitudine cioè l’umiltà: si deve essere disposti a riconoscere ed imparare da chi ha già fatto la gavetta. Solo dopo un lungo tirocinio si sarà forgiata la propria originale personalità,

si diventerà a propria volta maestri.

Essi stessi sono motivati dalla passione a confrontarsi con altri, da cui trarre ispirazione per maturare un proprio percorso creativo. Diventa una ricerca infinita nella quale si realizza una consapevole libertà artistica.

Dopo essersi a lungo confrontati con la rappresentazione realistica del mondo, vincolati da regole formali, si ha diritto a stancarsene e sentire il bisogno di liberarsene. Subentra la propria interpretazione artistica, ispirata al modo astratto, simbolico di esprimersi.

Mi azzardo al paragone con una terra incognita. La vita terrena è caratterizzata da pesantezza materiale, a sua volta condizionante la nostra psiche. Dopo averla a lungo provata, se ne percepisce la stanchezza. Si aspira perlopiù inconsciamente a liberarsi dai suoi impacci, per sperimentare una dimensione esistenziale più leggera, eterea, post ed ultraterrena. Di questa visione del mondo le filosofie orientali offrono ampi ragguagli.

Tornando al campo artistico, oggi è contaminato da chi vorrebbe ottenere tutto e subito, raggiungere chissà quali vette saltando a pie’ pari il confronto col mondo reale. Arrivare subito all’arte astratta non può che riflettere il vuoto interiore. Una simile ricerca è sì libera, ma fondata sul nulla, con risultati inconsistenti e non credibili.

 

POLITICA

Storicamente sfera di competenza maschile, risparmia almeno al genere femminile inutile vanagloria in materia. Soprattutto in politica troveremo tanti super-esperti ai quali basta attingere emerite sciocchezze dai media dominanti. Lungi da loro confrontarsi con chi ne sa di più.

Personalmente non ho alcun problema a riconoscere le competenze altrui. Ma non tutti la pensano come me, non tutti mi ricambiano per quello che valgo nel mio campo d’interessi. Ben lungi dal farmene problema, mi basta il riconoscimento di chi stimo.

IN RIFERIMENTO A STALIN

Ad es. troveremo generalizzati, facilissimi giudizi su questo personaggio, sicuri di sminuirne la statura politica. Ma se solo se ne volesse sapere qualcosa di più, si evincerebbe un quadro completamente diverso, tale da far cambiare valutazione.

Già seminarista ortodosso, si mise a rapinare banche per finanziare il partito socialista rivoluzionario. Anche rapinarle a proprio vantaggio è perfettamente legittimo, poichè a loro volta i banchieri rapinano in modo incommensurabilmente superiore i popoli. Poi estorcergli soldi per una causa giusta dimostra abnegazione e spirito di servizio. Esattamente questo ha dimostrato fin da subito Stalin.

Rapinare banche, aventi ogni accorgimento per la propria sicurezza, richiede spiccate doti pratiche. Delle medesime c’è particolare bisogno quando ci si trovi in situazioni difficilissime.

Da solo Stalin non avrebbe potuto combinare niente. Fu riconosciuto ed apprezzato per le sue capacità dagli alti quadri del partito bolscevico. Considerato all’altezza dell’incarico, fu promosso segretario generale del partito, equivalente a dirigere lo stato.

Non deluse le aspettative dal metodico confronto con quanto richiesto dal contesto internazionale ed interno. L’innato senso dell’equilibrio gli evitava fughe in avanti e nel contempo cautele paralizzanti. Dovette combattere oppositori insufficientemente adeguati a costruire e consolidare lo stato socialista: trovandosi esso in precaria situazione, lo avrebbero messo a repentaglio. Per Stalin parlano i risultati finali: espanse il sistema socialista altrove oltre le più rosee aspettative.

I suoi troppi e variegati detrattori gli muovono obiezioni in astratto, ignorando le esigenze storiche imposte in ogni momento. Fosse per loro, il socialismo non si sarebbe mai affermato.

 

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LIBERTA’ DI CHI E PER COSA

“Non condivido le tue idee, ma sono pronto a dare la vita perchè tu possa esprimerle”: questo il tanto magnificato proclama di stampo illuministico.

Ancora “Libertà, uguaglianza, fratellanza” avrebbero dovuto costituire irresistibili richiami che dalla rivoluzione francese avrebbero dovuto disseminarsi per tutto il mondo. I suoi clichè propagandistici hanno colpito l’immaginario collettivo, non risparmiando nemmeno personaggi come Marx. Ma conoscendone la reale dimensione storica, la miseria cui era ridotta, si sarebbe compreso che non poteva portare nulla di buono. Si riduceva a colpo di stato promosso dall’ascendente borghesia finanziaria, strumentalizzando ingenui e confusi idealisti. Oggi sarebbe stata definita “primavera” come a Praga nel 1968 e nei paesi sud mediterranei o “rivoluzione colorata” come in est-Europa.

L’altisonante fraseggio serve a sollecitare l’emotività, dietro la quale celare vuoto ed inganno. Tanto poco basta per fare effetto su cervelli sprovveduti.

I principi astratti animanti la rivoluzione borghese in Francia assomigliano ad un castello costruito per aria. Si smontano subito davanti alla domanda: cui prodest, a chi giova?

La classe dominante occidentale si trincera dietro belle parole perchè funzioni meglio la sua truffa. Rivendica libertà in astratto perchè in concreto funzioni solo la propria, degenerata in licenza per sopraffare gli altri, per esercitare la sua feroce dittatura.

Non può confessare il suo fine ultimo: piegare il mondo intero ai suoi piedi, così da togliergli progressivamente tutto e farlo deperire lentamente. Non concepisce altrui diritto ad esistere. Intende il privato nel senso letterale del termine: privare gli altri.

Dopo aver allargato i “cordoni della borsa”, elargito soldi per ottenere consenso al loro sistema, da tempo i banchieri occidentali stanno compiendo l’operazione inversa. Declassata la banca di stato a loro banca privata, usano governanti complici o costringono quelli refrattari all’indebitamento: ne pagheranno le conseguenze popoli che ogni anno si vedono stringere un po’ di più il cappio al collo.

E poi “poveretti”, i pennivendoli bancari si lamentano se vengono votati partiti populisti, se un Salvini si mette in testa di battagliare per la minima difesa economica, per la sopravvivenza del popolo che lo vota. Ma Salvini non viene espresso da quella stessa democrazia rappresentativa, per cui tanto si vanta l’elite al potere? Nei fatti la sua ultima parola consiste in quanto le fa in ogni momento comodo.

Per i banchieri i populisti sono demagogici, perchè promettono quello che non possono mantenere: non possono perchè i banchieri non vogliono. Essi preferiscono i partiti che usurpano il termine popolare, anche se il loro inganno non funziona più e vengono penalizzati proprio i partiti sedicenti popolari.

Ma il 9 giugno 2019 le elezioni danesi hanno comportato un’epocale inversione di tendenza. Il partito socialdemocratico, costituente la sinistra storica, ha vinto facendo proprie istanze populiste finora monopolizzate dalla destra. In Italia lo stesso PD non ha avuto il coraggio di opporsi ai minibot per pagare i debiti statali contratti coi privati. Improvvisamente “il re si è scoperto nudo”, l’elite si è scoperta senza significativi partiti a rappresentarla, tanto s’è fatta odiare.

Finora l’elite ha tramato per fare e disfare i suoi partiti, salvo il fatto che alla fine non superano più lo sbarramento elettorale. La realtà non è manipolabile a piacimento all’infinito. Finalmente il popolo ha ritrovato il suo partito variamente definito e magari sdoppiato in due sigle, premiato da maggioranze bulgare.

Mentre si screditano con l’esproprio monetario ai più, i banchieri hanno allestito la rete virtuale come strumento di controllo e dominio. Ma anche qui qualcosa le è sfuggito di mano se si ritrova con imprevisti effetti collaterali. Poichè finora in rete tutti hanno potuto dire la propria, stanno velocemente quotandosi quanti contestano la pseudo-civiltà occidentale, a partire dalla sua architrave portante: il sistema industriale, particolarmente nella sua branca medica.

Crede di poter fare di tutto e di più chi è affetto da delirio d’onnipotenza. Fortunatamente esiste un principio incontrollabile ed ingestibile dalla volontà umana: quello dialettico, per cui tutto è disinvoltamente rovesciabile nel suo contrario. Niente e nessuno può ritenersi sicuro per sempre. L’instabilità regna sovrana, come dimostrano le ricerche in fisica moderna.

Ora anche riversare le proprie idee, studi, verità scomode in rete viene messo in discussione, dopo aver additato al pubblico ludibrio le cosiddette fake news o notizie-fandonia. Si sta avvicinando una nuova inquisizione per mettere a tacere ogni dissenso sostanziale da chi vorrebbe trascinarci nel dissolvimento nichilista.

Si paragona la presente inquisizione a quella cattolica passata. Indubbiamente quest’ultima non è assolvibile per le vittime innocenti a suo carico. Ma aveva anche un risvolto positivo. I cardinali vaticani dell’epoca non erano affatto cinici ed ignoranti inquisitori, preoccupati di affermare il regno delle tenebre, come hanno fatto apparire i loro nemici massonici. Erano personaggi colti, soprattutto estremamente lucidi: intravedevano le insidie mortali sottostanti l’avanzante modernità, da cui insieme a se stessi avrebbero voluto proteggere il mondo. La santa inquisizione combatteva il nemico opportunisticamente invisibile di sempre: i circoli segreti unificati nella massoneria.

Il cosiddetto oscurantismo cattolico voleva impedire un’oscurità ancora maggiore: che predominassero forze economico-finanziarie senza religione e non tanto confessionale, quanto interiorizzata.

La concezione dialettica applicata alla storia così come all’attuale gestione mondiale scardina quanto finora è stato dato per scontato, troppo facile e comodo da recepire: tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra.

E se proprio dobbiamo scegliere un estremo, vada per qualunque opposizione si faccia avanti contro gli attuali dominanti, anche se può sconcertare chi non ne era abituato. Solo una controrivoluzione tradizionalista può arginare la rivoluzione negativa che ci sta sommergendo.

 

INGANNEVOLE ESEMPIO STORICO: SOLIDARNOSC

Anni 1980, tramonta l’era comunista in Polonia.

Esisteva già lo stato socialista, per sua natura solidale, per cui non avrebbe avuto senso inventarsi un movimento di opposizione chiamato Solidarnosc. Ma i mestatori nel torbido – Vaticano, Germania, USA - strumentalizzarono lo scontento popolare per ingannarlo e dirottarlo verso fini autolesionistici.

Quelle diaboliche menti sostennero gli idealisti interni, ingenuamente votati ad un socialismo gestito dal basso, da contrapporre a quello presunto falso costruito dall’alto. Cercavano un conflitto interno dal quale sarebbe sorto un vuoto di potere, in cui inserirsi per dare la mazzata finale allo stato socialista.

Riepilogando questo punto, in nome del socialismo ideale si distruggeva quello reale, l’unico storicamente possibile.

Il pericolo fu momentaneamente scongiurato dall’aiuto sovietico ai veri patrioti polacchi. Questi non erano abituati a voli pindarici, avendo il senso della realtà ovvero di ciò che è realmente fattibile. Su questa base avrebbero voluto perpetuare un socialismo dialettico: autorità statale quale bozzolo protettivo entro il quale far lievitare una consapevolezza di base. Lungi dall’essere contro il popolo, il suo partito avrebbe dovuto crescere assieme al popolo.

La sua libertà va concepita in modo responsabile, con diritti contemperati dai doveri. Invece nel mondo occidentale si veicolano soli diritti, ma di un tipo tutto particolare: ai più quelli insignificanti e semmai funzionali all’interesse dominante, a pochi quelli decisivi per comandare e sfruttare.

La gente normale si confronta con la vita quotidiana e le preme l’unica libertà sensata, quella tangibile dal bisogno materiale: proprio quello che non si prefiggono le classi dominanti occidentali.

Alla fine le forze del male, utili idioti interni e loro manovratori esterni, riuscirono a spuntarla in Polonia ed oggi ne vediamo i bei risultati! Ridotta a base atomica per le mire aggressive statunitensi contro la Federazione Russa, da un’eventuale guerra tra le due potenze il popolo uscirebbe fisicamente annientato.

Quale fosse lo stupendo risultato della libertà capitalistica occidentale lo aveva ben inteso Marx: morire di fame nella competizione mercantile. Oggi bisogna aggiungere: morire tutti per colpa degli aggressori occidentali.

 

STALIN: COLLETTIVIZZAZIONE OBBLIGATA

I banchieri indipendenti dagli stati sono prerogativa occidentale e solo in quest’ambito geografico si svolge la loro storia orientata all’accumulazione privata senza regole e senza morale. I loro affari realizzano un salto di qualità con la prima guerra mondiale dove investono colossali quote finanziarie. Da allora per loro è un crescendo su scala planetaria.

I banchieri hanno assicurato la loro esistenza, inseparabile dai loro affari, in stati rimasti immuni da guerre destabilizzanti. Fino ad oggi ne sono rimasti immuni solo gli Usa e comunque hanno sempre raggiunto il loro obiettivo: distruggere il continente europeo perchè non si metta in testa di collaborare con la Russia. Anzi ha voluto ridurlo a trampolino di lancio contro di essa, in quanto immenso e prezioso forziere in materie prime.

Ritiratasi la Russia anzitempo dalla guerra, non per questo i banchieri si persero d’animo; continuarono imperterriti i loro affari. Investirono sulla continuazione della guerra in termini civili interni, sostenendo indifferentemente armata bianca e rossa. La Russia avrebbe dovuto uscirne completamente distrutta, in modo che i vampiri vi entrassero da trionfatori per spadroneggiare e saccheggiare a man bassa.

Riuscì in pieno il loro obiettivo di riportare un immenso paese allo stadio semi-primitivo. Ma contro ogni aspettativa la nazione russa trovò chi seppe opporre a mali estremi estremi rimedi. Solo con sovrumana fatica i bolscevichi vennero a capo della guerra e ricomposero l’unità interna, grazie alla quale ricostruire ex novo lo stato.

Il compito avrebbe avuto successo se alla determinazione si fosse accompagnata la flessibilità: in tal senso cominciò Lenin e continuò Stalin. Il paese doveva conoscere una tregua, una pausa di respiro grazie a due decisioni salienti e convergenti. Innanzitutto i bolscevichi ottennero la pace unilaterale con la Germania, disposti a pagare qualunque prezzo cioè con pesanti mutilazioni territoriali. Smobilitati i contadini dalla guerra e tornati a casa, si videro subito ed a titolo gratuito riconosciute terre da coltivare in proprio. In cambio dovettero subire il comunismo di guerra, requisizioni forzate nella guerra civile fra armata rossa e bianca.

Finita ad inizio 1921, i contadini erano ridotti allo stremo. Lenin dovette introdurre la NEP – Nuova Politica Economica, con cui la tassazione si faceva moderata e le famiglie contadine si ritrovarono con sufficienti margini di sopravvivenza. Il loro surplus agricolo era riversato nel piccolo commercio, con cui assicurare completa autosufficienza economica. Il nuovo stato sovietico avrebbe continuato all’infinito questo sistema, salvo periodici aggiustamenti in senso egualitario della ricchezza se solo fosse stato lasciato in pace.

Invece i rabbiosi cani atlantici non si accontentarono di vincere la prima guerra mondiale e dominare il continente europeo nella sua parte occidentale, la più prospera. Rilanciarono la loro mai sazia attitudine aggressiva con propositi nient’affatto tranquillizzanti verso il nuovo stato sovietico.

Avevano già adocchiato una pedina funzionale ai loro piani in un oscuro militante del partito nazionalsocialista tedesco: Adolf Hitler. La sua autobiografia politica, divenuta un caso editoriale, aveva promesso fuoco e fiamme contro il socialismo sovietico, infangato col peggior appelllativo: giudeo-massonico.

L’URSS aveva il suo ventre molle nella sua punta più avanzata verso l’ovest europeo: l’Ucraina. Questa vasta e fertilissima e dunque popolosa regione assumeva un’importanza strategica per il paese. Sfortunatamente era anche facilmente accessibile ed aggredibile, mancandole barriere naturali dal minaccioso confine occidentale.

Proprio in Ucraina Stalin dovette concentrare gli sforzi per averla sotto pieno controllo. Le terre dovevano passare sotto lo stato, unico modo sicuro per approvigionare città industriali sorte dal nulla, volte alla produzione bellica a fini difensivi.

Stalin non era quel rozzo brutale che ci è stato dipinto: non prevedeva che i contadini dovessero perdere tutto. Voleva trasformarli in leali servitori/collaboratori statali: lavorando per la collettività, erano contraccambiati da un appezzamento in usufrutto bastante al sostentamento familiare. Ecco le cooperative pubbliche chiamate kolkoz.

Invece chi si sentiva completamente integrato nella grande famiglia collettiva, qual era lo stato socialista, lavorava in grandi aziende agro-industriali chiamate sovkoz.

Dunque Stalin faceva scegliere ai contadini in che modo servire la causa comune. Solo chi voleva tutto per sè, guardando unicamente al tornaconto personale, oppose resistenza.

 

NON C’ERA POSTO PER ALCUNA OPPOSIZIONE

Quando uno stato si trova in emergenza assoluta, sta “ballando” sotto pressione d’urto esterna, sopravvive se non tollera qualunque opposizione interna. Non potevano andar bene nemmeno idealisti indisponibili a collaborare all’unico socialismo storicamente fattibile, quello che stava costruendo Stalin.

Soprattutto a livello dirigenziale non era possibile mantenere divergenze interne: avrebbero potuto sfociare in complotto per rovesciare chi era alla guida. Chiunque avesse perso sarebbe stato spacciato, avrebbe firmato la condanna a morte. In quel girone infernale a tutti indistintamente sarebbe potuta toccare la cattiva sorte.

Allo stato socialista premeva innanzitutto un’entusiasta adesione ai suoi superiori valori. A quel punto sarebbe subentrata una forte motivazione a mobilitarsi nella produzione come nella guerra. Lo stesso non può dirsi per gli stati capitalisti, dove non si può essere motivati a servire interessi privati. Dunque da loro la sottomissione si fa brutale, eccezionalmente in guerra, costantemente in attività produttive subite con metodi terroristici: alla faccia del ”libero occidente”!

Non ci si domanda abbastanza oppure per niente cosa implichi un dissenso che diventi contestazione e ribellione anarchica, conflittualità sociale o addirittura guerra civile. Dovunque domini la libertà individuale, lì si alimenta la guerra dei potenti contro i deboli, dei ricchi contro i poveri. Poi nel potere latitante, vacante si infiltrano provocatori occidentali che come velenosi parassiti distruggono stati già prosperi, benedetti dalla natura: vedi paesi mediterranei e mediorientali.

Se lasciar fare genera le peggiori prospettive, uno stato autorevole reagisce energicamente in propria difesa, assicurando un ordine fondato su una gerarchia condivisa.

Dopo essersi consolidata nella potenza come nel morale, l’URSS era pronta a respingere la folle guerra di aggressione per la quale fu responsabile il solo Hitler, mentre il suo popolo dovette subirla. In quella guerra Hitler servì gli imperialisti atlantici che volevano la comune rovina europea. Il loro piano fallì perchè l’Unione Sovietica respinse l’invasione, salvandosi dalla schiavitù coloniale e rilanciandosi alla grande nel pianeta.

Fu così smentito una disperante nomea: congreghe massoniche occidentali quali infallibili geni del male, con attributi divini quali onniscienza ed onnipotenza.

 

INENARRABILI DIFFICOLTA’ E COSTI UMANI

I contadini deportati sono stati definiti innocenti sventurati ai quali è toccata una triste sorte.Non è esattamente così: si sono cercati il destino avverso. Infatti rifiutarono il compromesso proposto loro dallo stato ovvero rinunciare ad una parte della terra, in cambio essendo contraccambiati con garanzie e protezioni offerte dallo stato stesso: i suoi servizi come sanità ed istruzione, assistenza davanti a calamità naturali, difesa davanti agli invasori che in effetti capitarono.

Lo stato non poteva finire ostaggio paralizzato in terre destinate a grandi progetti infrastrutturali: collettivizzazione su grande scala, utilizzando moderni sistemi industriali. Dovevano essere forzatamente rimossi quanti non vollero sottostare all’interesse comune in nome di una cinica chiusura individualistica.

A ben vedere, coloro che resistettero attuarono una scelta autolesionistica: affrontare un esodo più simile ad un calvario. Un lungo ed impervio spostamento attraverso zone inospitali sarebbe finito in terre lontane e meno fertili, insufficientemente attrezzate all’ospitalità, in cui la sopravvivenza si faceva più difficile. Una lunga catena di stenti si concluse con un alto costo in vite umane.

Forse Stalin si compiaceva interiormente per un simile esito? Certamente no, così come per ogni altro sacrificio subìto dal popolo in nome di un superiore interesse nazionale. Come sempre accade in questi casi, la salvezza del tutto richiede il sacrificio di una parte. Del resto non aveva prezzo il primo stato socialista affermatosi nella storia.

Invece la sua passò come crudele tirannia, sanguinario dispotismo operato per puro capriccio, come se si divertisse a regolare conti con nemici personali. Questa la solita ragnatela disinformativa occidentale.

 

SPIACEVOLI EFFETTI COLLATERALI

Stalin non poteva decidere tutto da solo, per cui non poteva essere incolpato per ogni male. Come in ogni rivoluzione, anche in quella bolscevica c’erano profittatori che fingevano adesione ai nobili ideali socialisti, mentre puntavano a consolidare una posizione personale; oppure si aderiva parzialmente a quegli ideali, concedendosi disinvolte deroghe in presenza dell’interesse personale. Ecco entrare in causa accusatori, calunniatori e delatori per mettere fuorigioco concorrenti presunti o effettivi. Difficile venire a capo di quanti innocenti ne pagarono le conseguenze. In quella generale resa dei conti, in uno stato posto davanti a mille difficoltà, in quelle condizioni eccezionali erano materialmente impossibili sistematici accertamenti con conseguenti processi per i colpevoli.

Stalin stesso era comprensibilmente perseguitato da sospetti che non si fondavano su un’immaginazione malata, sulla paranoia, come si è fatto credere. I nemici internazionali ed i loro sostenitori interni erano tutt’altro che un’invenzione; furono piuttosto una persecuzione.

Il materiale umano è quello che è e la perfezione non è di questo mondo, nemmeno operando in nome delle più nobili intenzioni.

 

Fin quando gli stati occidentali sono militarmente forti, ne approfittano per aggredire i deboli. Questi devono correre ai ripari, unendo le loro forze per costruire un solido stato centralizzato. Solo a questa condizione esso si industrializza velocemente per opporre armamenti all’altezza dello scontro. Poi la modernizzazione non si applica solo al settore militare, ma investe l’intera società.

Si cede almeno in parte alla modernità per preservare almeno in parte il mondo tradizionale. A volerlo mantenere totalmente integro, lo si perde per intero: si viene inghiottiti dentro le voraci fauci occidentali, che metabolizzano tutto a proprio uso e consumo, senza rispetto per alcunchè.

Poi le concessioni alla modernità non passano liscie; lasciano un segno corrosivo, una piaga aperta sul tessuto sociale. Ecco perchè gli illuminati stati orientali devono predisporre meccanismi difensivi: esercitano pressione per preservare valori tradizionali ed all’occorrenza restaurarli, combattere gli aspetti più degenerati e corrotti della modernità.

 

IL SENSO DI MANDARE IN SIBERIA

Stalin è finito ridicolizzato e criminalizzato come s’è fatto con altri nemici del capital-imperialismo atlantico. Ma nè lui, nè Mussolini meritarono tanto.

A prescindere da chi, quando e come le avesse espresse, si è voluto far credere bastassero semplici opinioni divergenti dalla linea ufficiale per spedire in lontane terre siberiane.

In realtà abbiamo già accennato come ci fosse qualcosa di solido, dalle gravide conseguenze, per finire in quel confino di stato: opporsi alla pianificazione economica progettata sul lungo periodo in funzione degli interessi generali. Questi erano imprescindibili, per cui non potevano in alcun modo essere ostacolati. D’altro canto gli esiliati continuavano altrove a rendersi utili nel servire il paese.

 

PESTE PSICHICA

Il termine fu coniato dallo psicologo Whilelm Reich per definire chi impesta il mondo col suo contributo distruttivo. Le idee individualiste, arriviste, competitive si configurano come vera e propria malattia psichiatrica. Distruggendo il senso solidaristico, fanno a pezzi la capacità collaborativa, la coesione comunitaria.

L’interesse privato confligge con quello pubblico soprattutto nella storia occidentale, generando perenne instabilità. Iniziando come malessere psichico, trova le sue nefaste ricadute nel mondo materiale, se siamo un’unità psicosomatica.

Questo modo di pensare, soprattutto di sentire e vivere trova il suo sintomo più espressivo nel cancro, dove appunto le cellule vanno ognuna per conto proprio. Questo vale tanto per l’organismo individuale quanto per quello sociale. E’ tipico di chi non sa stare al proprio posto per collaborare al benessere comune.

L’occidente vorrebbe esportare il suo malefico virus dissolvente dappertutto. Laddove incontra stati deboli cioè disuniti al proprio interno oppure disarmati come la Libia di Gheddafi, li logora attraverso i suoi mercenari, le sue multinazionali, le sue finte ONG. Esito finale il loro completo dissolvimento, così da averli in pugno per sempre.

Ai dominatori occidentali non interessano stati stabili, anche se alleati. Così corrono il pericolo e prima o dopo l’inevitabilità di ritrovarseli nemici, cambiando alleanze internazionali. Li vogliono perennemente instabili, perchè rimangano alla loro completa mercè.

Invece gli stati forti, capaci di difendersi da aggressioni esterne, sanno reagire e liquidare sommariamente chi disturba l’ordine pubblico. Ad es. ancora ad Hong Kong si è infiltrata la Cia per organizzare la prima secessione, cui dovrebbero seguire Tibet e Xi Niang (etnia uiguri), dalla Cina. Ogni debolezza e tergiversazione sarebbe interpretata come incoraggiamento sedizioso.

 

STALIN IN POSITIVO

NON ESISTEVANO SOLO FORZATURE

Il condottiero aveva pacificato il paese coi metodi allora fattibili e “fargli le pulci alle orecchie” sarebbe facile quanto inutile moralismo. Come araba fenice, la civiltà annientata dalla prima guerra mondiale resuscitava in uno stato ancor più grande, superando le immense difficoltà frappostesi.

Riuscì in una sovrumana impresa, per tutta risposta misconosciuta e pure infangata. Così risponde il mondo occidentale: menzognero, provocatorio, offensivo, insopportabile. Merita che gli venga imposta la dittatura del silenzio.

Ammettiamo per un momento che fossero vere le nostre malevole insinuazioni ed in Unione Sovietica si fossero forzati i riluttanti a collaborare. Non certamente con questi metodi si possono edificare dal nulla grandi città industriali, colossali opere infrastrutturali tra cui autentiche meraviglie della storia come la metropolitana di Mosca, una potenza militare che seppe validamente contrapporsi all’impero anglo-americano.

Stalin odiato tiranno? Non spiegherebbe come un intero popolo lo seguì fino alla fine, pagando un altissimo tributo in vite umane ed inenarrabili sofferenze fino alla vittoria nella seconda guerra mondiale.

Su di lui ci hanno raccontato barzellette. Sono state smentite dallo stesso consenso internazionale riconosciuto ai suoi meriti. La sua morte fu avvertita come un’irreparabile perdita, fine di una lunga stabilità. Difatti seguì un’interregno, che trovò in Krusciov il proprio epigono, all’insegna della destalinizzazione. Dietro il fumoso linguaggio ideologico stava il cedimento all’occidente, fortunatamente interrotto quando Krusciov fu destituito e gli subentrò Breznev. Davanti a Stalin i suoi oppositori appaiono irrilevanti. Se ne rendono perfettamente conto e cercano di reagire come possono, secondo la loro tipica miseria: mostrando il dente avvelenato.

 

CONFRONTO CON HITLER E MUSSOLINI

Hitler ascoltava solo se stesso, coltivando una sconfinata presunzione sulla sua geniale capacità militare. Così trascinò a rovina Germania ed Europa, mentre faceva grande l’impero anglo-americano che per tutta riconoscenza ne ha infangato la memoria storica.

Tutt’altro caso Mussolini, che almeno aveva un consigliere fidato nel saggio fratello Arnaldo. Era un personaggio scomodo per i nemici di Mussolini, decisi a creargli il vuoto intorno per manipolarlo e piegarlo più facilmente ai loro interessi. Dunque si ha diritto a sospettare di mezzi subdoli per accelerare la morte di Arnaldo.

Del resto la storia italiana e vaticana presenta personaggi scomodi, condannati ad essere neutralizzati in un modo o nell’altro secondo la loro effettiva pericolosità. Con l’integerrimo ed incorruttibile Aldo Moro si usò l’ultima ratio: farlo fuori depistando sui colpevoli, strumentalizzando ingenui idealisti (Brigate Rosse).

Nello stesso anno era avvelenato Papa Luciani che si era messo in testa di comportarsi da coerente cristiano, a partire da una vera pulizia sulla banca vaticana.

Dalla loro posizione ai vertici statali Aldo Moro e Giulio Andreotti potevano coltivare velleità indipendentiste, favorevoli al popolo italiano. I poteri forti occidentali, in particolare americani, rispondevano con la strategia della tensione, eufemismo per indiscriminati attentati terroristici contro la popolazione civile. Ancora una volta depistaggi, stavolta prendendo due piccioni con una fava: imputata e criminalizzata l’estrema destra antiamericana. Ma chi poteva attentare contro il popolo italiano, dei patrioti o i nemici esteri di sempre? Non si richiede gran intelligenza per capirlo. Ma come al solito non capivano gli imbecilli antifascisti, che manifestavano gridando alle stragi fasciste.

Moro, Andreotti ed altre rilevanti figure governative democristiane, Craxi si erano spinti troppo in là, avevano osato troppo, divenendo bersagli per la vendetta nemica. Perfettamente consapevoli di essere osservati speciali, particolarmente esposti alla suscettibilità nemica, i primi due misuravano le parole con certosina precisione, per apparire ambigui e sfuggenti.

Se non fosse per il contesto con cui erano costretti a confrontarsi, passerebbe perfino divertente un Montanelli che così immortalava Andreotti “Non dice mai quello che pensa. In compenso pensa sempre a quello che dice, per dirlo in modo tale che nessuno sappia cosa pensarne”.

Alla proverbiale prudenza i due statisti univano un cattolicesimo devoto e soprattutto coerente, con spiccata sensibilità sociale. Al loro livello governativo si prendono importanti decisioni per l’economia nazionale e sostenere la causa popolare significa essere perseguitati da malvage potenze straniere. Ecco perchè Andreotti potè a ragione sentenziare “A pensar male si fa peccato, ma a volte si indovina”. Furono antesignani nel mettere in guardia da chi complotta contro di noi. L’avvertimento è stato messo in ridicolo da chi ha interesse a dissimulare il tutto e dagli stupidi che senza interesse si accodano.

Al fratello consigliere Mussolini non volle sostituti e qualche anno dopo con la conquista etiope fu vittima di una sindrome sempre in agguato: il delirio di onnipotenza. Si montò la testa, cominciando a vivere in una dimensione esaltata. Conseguenza più nefasta sopravvalutare oltre ogni buon senso la nostra forza militare. Alle famose “8 milioni di baionette” i nemici contrapponevano possenti carro-armati e bombardieri. Quei vili non conoscevano e non conoscono un leale codice militare, per cui si deve combattere ad armi pari e decida il valore.

Mussolini non si accorgeva di essere messo in berlina, ingannato e sabotato da generali traditori. Lui stesso conduceva il loro gioco: da una parte promuoveva chi gli prospettava un quadro lusinghiero sulle nostre forze armate; dall’altra detestava chi gli ricordava l’amara verità cioè la nostra assoluta impreparazione militare, facendogli ben intendere chi stava tradendo.

Era anche roso dall’invidia verso chi era ragionevolmente percepibile come concorrente. Con spirito cavalleresco ammise che solo Italo Balbo avrebbe avuto il coraggio di opporglisi apertamente; per questo volle metterlo in ombra, relegandolo a governatore libico. Invece avrebbe dovuto fare il contrario: tenersi accanto un consigliere leale, saggio e lungimirante, per di più capace organizzatore.

Le qualità umane e militari di Balbo non erano sfuggite ai suoi nemici interni ed internazionali. Difatti gli tesero un agguato, crivellando di colpi il suo aereo mentre stava atterrando, tornato da una missione militare.

Potremmo definire quello di Mussolini un quadro clinico dal volto umano, diversamente da Hitler. Però entrambi furono pessimi consiglieri di se stessi.

Diversamente da Hitler e Stalin, Mussolini concesse alle riviste fasciste quella libera espressione che i nostri regimi cosiddetti democratici-antifascisti nemmeno si sognano. Dopo aver riconosciuto il ruolo-guida al partito fascista, tutti potevano dire la propria. Non organizzata, espressa a titolo personale, esisteva una corrente di sinistra filobolscevica. Non lo sanno e magari non vogliono crederci i somari di ogni sponda politica.

Ovviamente Mussolini non poteva tollerare chi parteggiava per le potenze atlantiche, mai amichevoli nei nostri confronti e dalla conquista etiope divenute apertamente ostili fino a rovinarci per sempre con la seconda guerra mondiale. I traditori interni, passati con l’invasore anglo-americano, hanno sottoscritto una pace talmente umiliante, da non poterla rendere pubblica. Una delle servitù le 76 atomiche ufficialmente registrate – poi in realtà non si sa quante - sul nostro territorio: il loro carico radioattivo ci accompagnerà in vita.

Per la sconfitta si crede comunemente che avessero pagato solo Mussolini ed I generosi patrioti al suo seguito. Invece pagò l’intero popolo italiano. Per giunta hanno superato se stessi per idiozia quanti hanno seraficamente continuato a dichiararsi antifascisti anche quando hanno scoperto di che pasta è fatto il nemico americano, in modo indubitabile a partire dai primi anni 1960 in Vietnam.

In quest’ultimi tempi hanno ulteriormente calcato la mano su quello che già era considerato reato: l’apologia di fascismo. E noi dovremmo rispondere offrendo l’altra guancia? Ripagheremo con la stessa moneta gli antifascisti: vanno a tutti gli effetti considerati nemici interni talmente insopportabili, da non potergli concedere alcuno spazio: esiste un limite a tutto.

In questa direzione avrei provato un’imbarazzante resistenza interiore solo verso un partito comunista che fosse sopravvissuto ed avesse mantenuto le sue vecchie posizioni rivoluzionarie. Sfortunatamente quel partito è scomparso da tanto tempo, già da quando continuava a chiamarsi PCI.

Oggi resiste il suo spettrale sostituto chiamato Partito Comunista, guidato da Marco Rizzo. Continua a mantenere la fissa antifascista, ma si taglia le gambe da solo rivendicando un’immigrazione incontrollata. A questo partito lungi dal volergli male. Tuttalpiù rimane il rammarico per non aprirsi a forze patriottiche, già arbitrariamente chiamate di estrema destra. Almeno Forza Nuova avrebbe dovuto dare esempio unitario, facendo lista unica con Casa Pound alle ultime europee: le loro divergenze non erano tali da autorizzare la separazione.

 

Su una beffarda e bonaria gigantografia virtuale è sovraimpressa un’immaginaria attribuzione a Stalin “Non sono d’accordo con le tue opinioni, ma farò di tutto perchè tu possa esprimerle in Siberia”. Le battute spiritose vanno benissimo: riso fa buon sangue. Poi deve subentrare il ragionamento che colloca ogni cosa nella sua reale dimensione.

A scrutare in profondità l’espressione facciale del personaggio, si desume tutt’altro che un visionario sognatore. Presente con la testa, guarda in faccia la realtà, indaga a fondo ciò con cui deve confrontarsi.

In effetti si differenziò da Hitler e Mussolini su un punto che salvò se stesso ed il socialismo. Dimostrò il pensiero lucido di chi pondera attentamente le decisioni da prendere.

Dentro al partito comunista, soprattutto coi collaboratori al vertice, sollecitava il più ampio dibattito sulle questioni cruciali inerenti la salvezza nazionale. Quando non si fosse arrivati ad opinioni unanimi, toccava ad uno solo decidere per rendere operativo ed efficiente il paese, perchè il popolo stesso lo richiedeva. Non era possibile tergiversare, condannare alla paralisi e dunque alla sconfitta interna in nome di irrazionali riti pseudo-democratici.

Soprattutto Stalin ascoltò i suoi generali sulla conduzione bellica ed i propri servizi segreti sulla neutralità giapponese: in tal modo potè spostare l’intera forza militare sul versante europeo, vera e propria boccata d’ossigeno per il morale militare.

Proprio mentre gli USA erano in guerra con la Germania, per essa lavorarono fino alla fine i loro stabilimenti bellici. Anche per questo la guerra divenne più duratura e sanguinosa di quello che avrebbe potuto essere. Questo è capo d’accusa e condanna non da poco per i vincitori, ai quali conviene mettere a tacere tutto.

Nel corso della loro lunga collaborazione Stalin avrà pur manifestato qualche divergenza col ministro degli esteri Molotov. Eppure questo esercitò indisturbato il suo mandato fino alla fine. Stessa cosa per altri collaboratori.

Stalin si rivelò persona pratica e costruttiva, non sbagliando una mossa, azzeccando ogni direttiva emanata. Nel suo caso viene spontaneo porsi la domanda retorica: perchè non rimanere suoi leali collaboratori? Perchè mettere a a repentaglio la sorte collettiva?

Stalin viene osteggiato dagli stessi che, volontariamente o meno, osteggiano il socialismo da lui creato. Questi sì sono ingiustificabili quando esercitano la repressione in nome dei loro interessi particolari.

 

ATTUALITA’ DI STALIN

In un’epoca in cui i popoli sono duramente bastonati e peggio ancora massacrati da guerre marcate Nato, esiste un’unica libertà concepibile: la loro liberazione collettiva dagli aguzzini.

I deboli si difendono delegando il potere a dittatori ed anche se questi eccedessero nelle loro prerogative, saranno sempre infinitamente preferibili ad occidentali votati unicamente allo sterminio altrui.

A chi accampa una scellerata volontà aggressiva si oppone una dittatura difensiva intorno alla quale tutti gli aggrediti dovrebbero far quadrato. Chi non ci sta, anche esprimendo idee favorevoli al nemico, merita una Siberia più reale che metaforica, l’isolamento dovuto agli appestati. C’è già abbastanza inquinamento nel pianeta per dover sopportare anche questo.

Facendo un tuffo nel presente, una volta tanto dobbiamo credere al quotidiano per eccellenza dell’elite – Repubblica del 28 – 5 – 2019 – quando in una pagina interna ospita una breve notizia dal mondo.

A Stavropol, a sud-est della Russia europea cioè in direzione del Caucaso, viene stampato il settimanale Rodina (Patria) dal locale partito comunista. Tra parentesi esso viene ritenuto scomparso solo da chi percepisce come voce divina i nostri media, per i quali è tabù lo stesso termine comunista.

In quella sezione di partito non hanno voluto pubblicare un articolo su Stalin ad un settantenne. Non è dato sapere il motivo, dando per scontato che il partito comunista russo rivendica il suo padre della patria. L’uomo ha reagito accoltellando e ferendo lievemente 4 giornalisti, possiamo immaginare dopo accesa discussione degenerata.

La cosa interessante è un’altra. Repubblica spiega il contesto in cui è maturato un simile episodio. Dal 2015 ad oggi nella sola regione di Stavropol sono stati eretti almeno 3 nuovi busti a Stalin. Se ne deduce facilmente che i suoi busti e magari anche le sue statue stiano nuovamente fiorendo in uno stato così grande. Quanto sono lontani ed ormai storicamente superati i tempi della destalinizzazione ed al suo seguito dell’apparente democratizzazione! Quelli che sono stati dipinti come paurosi fantasmi passati tornano ad essere orgogliosamente rivendicati. Qualcuno è capace di trarne le dovute lezioni?

Stavropol rappresenta la spia dei nuovi umori nazionali. Rispetto a soli 10 anni fa il consenso al ruolo storico esercitato da Stalin è cresciuto del 21%, raggiungendo quota 70%.

In questi tristi tempi nel nostro “evoluto” occidente sono tornata la schiavitù del lavoro in modo e misura tale da rimpiangere quella antica. Agli infernali ritmi produttivi si aggiunge una fuoriuscita dal lavoro talmente ritardata da non far godere la pensione per cui hanno pagato i contributi. E poichè con Stalin si andava in pensione prima, anche per questo diventa una figura radiosa. Ci vuole poco perchè l’occidente rimedi una figura assai magra.

Un anno fa anche Putin si è messo sulla sua scia, aumentando gli anni lavorativi. Ha pagato con la popolarità vistosamente scivolata in così poco tempo dall’80 al 62%. Così riportano i sondaggi russi. Età pensionabile, diritti dei lavoratori, condizioni materiali di vita, esistenza generale agevolata: ecco cosa conta per il popolo. Il resto, fanfaronare a vuoto è pura idiozia, che diventa crimine parteggiando per il capital-imperialismo occidentale. Ci vuol poco a capire che non se ne ha diritto e si deve rispondere con la repressione.

Tra parentesi continuiamo a sostenere Putin come male minore. Egli non riflette la propria personale volontà. Può governare solo in quanto media fra contrastanti interessi interni, fra filo-occidentali e nostalgici sovietici. Naturalmente auspichiamo che questi possano tornare quanto prima al potere assoluto, facendo riemergere un novello Stalin aggiornato coi tempi.

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