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facebook 3 2LINGUAGGIO MEDIATICO INCANALATO DAI VIDEO:

MODI DI SFRUTTARLO POLITICAMENTE di Tiziano Galante

Si può rifiutare a priori la tecnologia con le sue promesse più o meno mirabolanti. Costa fatica e proprio per questo è scelta encomiabile in un mondo decerebrato: non può essere altrimenti quando un po’ si preferisce ed un po’ si è costretti a vivere nella dimensione virtuale piuttosto che reale, con le patologie psicofisiche del caso.

Ma se tutto è stato imposto a nostro danno, almeno dovremmo imparare a sfruttare a nostro beneficio quel che ci è consentito e fin quando lo sarà. Infatti i media dominanti stanno battendo troppo il chiodo sulle fake news, altro vocabolo inglese creato ad arte per apparire asettico, oggettivo e dunque credibile. Noi contrapporremo quello italiano ‘americanate’ per indicare cafoneria, grossolanità, volgarità in chi vorrebbe scambiare le proprie menzogne per verità.

E’ ben stupido ritenere la censura connaturata ai regimi totalitari, senza avere alcuna idea chiara su cosa significhino realmente. Si è abituati a ‘fare di tutte le erbe un fascio’: si provi a chiedere in giro cosa intendere per fascismo e comunismo.

La vera differenza si riconosce tra stati socialisti extraoccidentali ed imperial-capitalisti occidentali e riguarda anche la modalità in cui viene esercitata la censura, a sua volta connessa col senso morale assente o presente.

Nei paesi socialisti la censura diventa legittima ed anzi doverosa. Deve qualificarsi come ‘cordone sanitario’ per isolarsi e con ciò tutelarsi dai marci nemici occidentali.

Costoro si muovono nell’ambiguità e nei sotterfugi, nell’imbroglio e nella menzogna. Dicono una cosa e ne fanno un’altra, senza sentire il bisogno di giustificarsi. Per loro dire la verità nuda e cruda significa svelare gli inganni architettati, ‘gettarsi la zappa sui piedi’.

I dominanti occidentali operano con truffaldina astuzia quando salvano le apparenze democratiche. Possono permettersi il lusso di non imporre apertamente la loro volontà nella vita pubblica come in quella privata, a partire dal modo di esprimersi. Infatti hanno acquisito strumenti tecnologici ed in particolare informatici per creare la realtà che fa comodo a loro, quella virtuale addomesticata. Quanto più si presenta ad alta definizione, spettacolare ed accattivante, tanto più appare reale. Invece è solo illusione ottica, pseudocultura e sottocultura propizia a veicolare una visione del mondo atta a sostenere gli interessi dominanti in occidente.

Così individui per natura inclini alla socialità vengono trasformati in individualisti che ritengono ovvio un mondo competitivo, in cui ‘il pesce grande mangia il piccolo’, precipitando in un selvaggio stato di natura. Questa la tragica fine subita fin da quando è stata smantellata la proprietà statale nella produzione e nei servizi, esattamente quella che garantisce tutele sociali.

La maledizione per la nostra specie comincia da neonati, ‘allattati’ anche da ogni schermo visivo presente in casa cioè ipnotizzati da un male in sé, a prescindere dai suoi contenuti e figurarsi se questi sono di regola diseducativi. Anche giochi competitivi apparentemente innocenti e nonviolenti instillano l’idea della competizione, dei vincenti e dei soccombenti. A quel punto il gioco è fatto in tutti i sensi ed il principio competitivo finisce sdoganato in assoluto.

Ci sono ancora genitori responsabili e coraggiosi, pronti a battagliare affinché i loro figli non vengano travolti dall’ondata virtuale e mantengano i sani istinti naturali con cui sono nati: relazione col mondo materiale, non intendendo cose, bensì viventi coi quali sviluppare empatia.

Ma la buona volontà genitoriale è costretta ad arrendersi, il suo controllo a sfuggire davanti ad un mondo esterno troppo più grande, invasivo e corrompente. Di qui generazioni già perse e comunque assai faticose da redimere.

Se le buone maniere non funzionano, devono subentrare quelle cattive, naturalmente sempre a fin di bene. Deve subentrare un’autorità coercitiva, in grado di esercitare sufficiente forza dissuasiva, di disciplinare affinché possa poi interiorizzarsi l’autodisciplina. Davanti a simile calamità, così come ad ogni calamità, diventa irrinunciabile il ruolo statale. Altrimenti si vive peggio degli animali, i quali almeno possono imparare qualcosa.

Almeno nel senso ideale del termine, società sta per convivenza civile con gli altri, tale da creare armonia collettiva. Adesso abbiamo dovuto apprendere un suo appparente sinonimo, in realtà l’esatto contrario nel termine social. Come al solito non è casuale il termine inglese, perché dalle due sponde nord-atlantiche tutto trasuda del più esasperato individualismo.

Individuare, distinguere, separare con la scusa di evitare confusioni, è il chiodo fisso del mondo occidentale. Ad es. dovrebbe valere per l’aspetto tecnico ed economico, socio-politico-linguistico. Invece bisogna intendere l’esatto opposto di quel che ci propone o ci impone la malvagità occidentale. Tutto interagisce fino a far tutt’uno nel forgiare il nostro destino, lo si intenda in senso socializzante o privatizzante.

In ambito linguistico si può narrare se stessi in modo egocentrico e narcisistico, come se si fosse estraniati dal mondo. Estraniazione, alienazione, frustrazione costituiscono la patologia del nostro tempo.

Oppure ci si può presentare in modo da trovare riconoscimento ed immedesimazione presso gli altri, facilitare la reciproca comprensione e coinvolgimento relazionale. Queste idee tradotte per iscritto sono predisposte a rivestirsi della forma ad esso più consona, ad apparire come arte del discorso.

Da lontani ricordi universitari riemerge la Gestalt Theory o Teoria della Forma, per cui siano indotti a percepire la forma perfetta in quello che ci si presenta imperfetto. Secondo questa teoria esiste il bisogno innato di interpretare il mondo in modo che risponda e si adegui alle nostre esigenze di sopravvivenza. Potrebbe essere interpretato come meccanismo di difesa psicologico, immortalato in letteratura come sindrome da Don Chisciotte che trasfigura il brutto in bello.

E’ passato pochissimo tempo da quando mi sono buttato anch’io nell’arena delle rappresentazioni facciali e già basta a trarre qualche considerazione conclusiva.

Finora non ho potuto diffondere le mie idee nemmeno in ambito locale, ho pagato il prezzo di non dimostrarmi servile verso la giunta comunale. In giro passavo più o meno inosservato da quanti in modo diretto o indiretto sapevano dei miei interessi culturali (in una cittadina come la mia le voci corrono facilmente). Soprattutto di questi tempi in cui si è abituati a concepire solo la dimensione esteriore nell’esistenza, avranno pensato alla mia stranezza o perfino stravaganza di pensare a quello che di solito non si pensa. Dagli sguardi si coglieva anche simpatia per un novello Don Chisciotte che si occupa di cause perse o addirittura eccentriche. Che senso avrà mai la politica oltre al sedersi al comune banchetto del mangia-mangia?! Non passare nemmeno per la testa che politica possa significare attivarsi al servizio collettivo è la triste considerazione dominante i nostri cupi tempi.

Poi mi è venuto in mente che ci sarebbe un modo per farmi conoscere ad un pubblico quantitativamente indeterminabile. Fino ad allora avevo rimosso facebook, ben consapevole di quanta zavorra contenga, quanta fogna diffonda a cielo aperto. Ma mi sono anche detto: facebook non esercita una pressione tale da schiacciare chiunque sotto il suo rullo compressore omologante. L’ho accettata come sfida imposta a me stesso, potendola sempre piegare ai miei fini. Tale è la fiducia riposta sull’autocontrollo in grado di piegare ogni interferenza col mio intento. Qualcuno non ne era del tutto convinto ed ha voluto mettermi in guardia da facili entusiasmi ed altrettanto facili delusioni. L’ho ringraziato del gentile pensiero, più di quello non ho potuto fare.

Adesso concittadini mi si rivolgono con sorriso aperto e stupita compiacenza, col rispetto dovuto a chi prima non era preso in seria o almeno sufficiente considerazione. Sono diventato ‘professore’ non solo nel riconoscimento cartaceo, ma anche di fatto e qualcuno ha cominciato a chiamarmi come tale. Non che mi dispiaccia, perchè è duro da combattere l’amor proprio soprattutto di questi tempi in cui è diventato l’unica ragione di vita. Ma pur provando riconoscenza, mi mantengo ben saldo su una considerazione che mi accompagna da tempo ormai, per la quale devo ringraziare mio fratello Paolo: le mie analisi stanno alla superficie della realtà: altri si autoingannano, scambiando la pur ricercata espressione linguistica per contenuto; vedono oro dove c’è argento o bronzo (non metterei in ballo vili metalli) secondo la classica sindrome donchisciottesca.

Poi non bastano certamente i bei discorsi a rendere mansueti i demoni che si agitano dietro mentite spoglie. Anzi essi stessi veicolano ammalianti novelle – basti per tutti il Vaticano – onde piazzare meglio le loro scellerate politiche. Lo stesso Vangelo ricorda come i lupi si travestano da agnelli.

Per essere credibili, le belle parole vanno tradotte in fatti e qui si scende sul terreno politico: il singolo si confronta con gli altri e laddove si crei una loro sinergia positiva si realizza il socialismo, piaccia o non piaccia il termine a palati troppo delicati.

Agli antipodi si annida il capitalismo cioè il capitale privato accumulato in poche mani a spese dei tanti immiseriti. E’ il regno della concorrenza illimitata e selvaggia, che ripudia e scavalca ogni regola civile. Genera egoisti assoluti, tutti presi dal farsi fuori a vicenda come belve. In conclusione non esiste capitalismo dal volto umano. Ce lo hanno fatto credere finché non è stato più possibile davanti alla clamorosa smentita dei fatti.

Stavolta non come movimento, cito il 1968 per un accadimento. In Cecoslovacchia fu chiamata invasione il fraterno aiuto sovietico ad un popolo abbandonato dai suoi dirigenti, passati al soldo nemico. Il primo ministro Dubcek e sodali governativi si camuffavano dietro un preteso socialismo dal volto umano. Con esso intendevano libertà individuali nel senso occidentale del termine, che avrebbe anticipando la fine riservata all’Unione Sovietica da Gorbaciov. Il cosiddetto socialismo dal volto umano avrebbe condotto anzitempo alla barbarie capitalista occidentale.

Dunque l’unico possibile socialismo dal volto umano era quello sovietico. Ha avuto costi inevitabili e nel contempo indispensabili per fronteggiare e scongiurare un male ancora peggiore: il sistema che ci ritroviamo a casa nostra.

Capitalismo e socialismo ovvero interesse privato e pubblico non sono vuote parole. Richiamano riferimenti concreti intorno ai quali si decide la scelta di vita individuale, il proprio stesso valore.

CHIAREZZA ED OTTENEBRAMENTO LINGUISTICO

Nel mondo virtuale tutto assume uno spessore debole e svalutato. In concreto cosa vorrà mai dire la rituale richiesta d’amicizia su facebook, a cosa si ridurrà? A semplice dichiarazione d’intenti, smentibile non solo nei fatti, ma anche a parole perchè l’amicizia è disdicibile in qualunque momento.

Solo nel mondo reale ogni cosa assume una solida pregnanza, un significato autentico. Lì l’amicizia viene verificata dall’effettiva disponibilità verso chi è oggetto della nostra predilezione.

Maledetti da Dio e dagli uomini, i banchieri sono la peggior genia esistente sulla faccia della terra. Non fanno mai niente per niente e bisogna scovarne l’imbroglio anche laddove vorrebbero far credere alla conoscenza disinteressata. Usano i media come si tende la trappola per catturare le proprie prede. Servono a depistare dalle loro responsabilità per il mondo che ci hanno riservato.

Il suo punto di svolta va identificato in un preciso momento storico, da quando è decollata una rivoluzione industriale dall’esito irreversibile, al cui tramonto continueremo a pagare un carissimo prezzo con l’inevitabile decrescita. Definirla felice è un azzardo romantico in un pianeta tanto degradato sotto ogni punto di vista.

Rivoluzione è stato un termine fin troppo abusato dal movimento sacrilego riconducibile al 1968. Allora si è portata a termine la rivoluzione borghese anche dal punto di vista culturale. In effetti con la loro intelligenza diabolica i nostri nemici ci hanno preso per i fondelli, spacciando per emancipazione sociale un corpo d’idee che risponde ai loro esclusivi interessi.

Non siamo aprioristicamente contrari al cambiamento, né potremmo evitarlo quando l’universo stesso si trova in instabilità perenne. Volendo giocare su una terminologia tramontata, potremmo innestare vecchi valori di destra su idee di sinistra. Per un simile innesto non occorre parlare di rivoluzione; basta citare la riforma illuminata che nulla ha da spartire con gli Illuminati.

Dopo averci nauseato con rivoluzioni dall’approdo nichilista, ora anche i banchieri parlano di riforme. E se delle loro riforme non sapremo sbarazzarci, sostenuti dai loro nemici orientali, sarà la nostra fine.

Finora abbiamo inteso riforme e rivoluzioni allo stesso modo di un disco incantato; a forza di ripetizioni, ha finito per sembrarci ovvio il significato attribuito e voluto dai nostri nemici. Il loro gioco, il loro imbroglio sarà svelato quando avremo inquadrato i due termini nella loro effettiva portata storica.

Le invasioni barbariche, provenienti da posti barbari, sono una costante storica. A lungo abbiamo disperato di poterci liberare da quella americana, celebrata dal brutto ceffo giapponese Fukujama col libro “La fine della storia”. Invece dopo una stasi nemmeno troppo lunga, il mondo è nuovamente entrato in subbuglio davanti ad altri attori protagonisti, principalmente Russia e Cina.

Non durerà poco l’agonia da cui sono presi i banchieri occidentali e nel frattempo procedono imperterriti anche col colonialismo linguistico, con l’inglese come strumento comunicativo per asservire il mondo. Tale lingua si insinua viscidamente nella nostra per inquinarla e degradarla a bastardo ibrido, ad OGM tossico come le teste che ce lo fanno subire.

Intento non dichiarabile apertamente è renderci difficile la comprensione linguistica. Assumiamo ad es. il termine facebook. La sua presenza è divenuta talmente ingombrante ed ossessionante da non prestare attenzione a cosa vuol dire nella nostra lingua. Quando gliela riserveremo, si aprirà uno squarcio illuminante sul suo significato letterale: libro delle facce. Si perde un sacco di tempo a passare in rassegna le facce altrui per ricamarci sopra commenti più o meno ameni, per consolidare i propri pregiudizi e vizi.

Quando ci viene imposta la lingua inglese, che comunque continua a rimanere “arabo” per i più, viene intaccato e depresso il nostro stesso livello di coscienza. Imperando nel mondo tecnico-produttivo, l’inglese ci trasmette comandi come si fa con le macchine. E’ il veicolo linguistico attraverso il quale veniamo trattati da macchine amorfe, da cui staccare la spina in qualunque momento. D’altronde meno si vale sul mercato capitalistico e più si è soggetti ad essere messi fuori gioco, anche dalla vita stessa. Questo il ‘bel mondo’ riservatoci da capitalisti finanziari/grandi industriali, dopo aver perso il coraggio di raccontarci ennesime favolose promesse future. Lo screditamento non può andare avanti all’infinito.

I nostri nemici sanno sfruttare abilmente le loro creature, facendole assumere una veste quasi angelica. Ad es. hanno spacciato per moderno guru il defunto Gianroberto Casaleggio, celebrante la democrazia diretta tramite internet. Ovviamente la collocava in prospettiva quando sarebbero scomparse le vecchie generazioni, comprensibilmente refrattarie alle incasinate novità informatiche.

Casaleggio senior aveva un approccio puramente tecnico, come se la tecnica risolvesse i problemi, invece di crearli. Prescindeva dall’approccio politico, dal quale dipende tutto. La volontà popolare non si esprime davanti ad un clic sullo schermo, ma coi mezzi di produzione nelle sue mani ovvero in mano statale quale rappresentante politica del popolo stesso.

Almeno Casaleggio figlio si è speso in un accenno che lo rende presentabile: una smisurata potenza tecnologica rende possibile vivere con un’ora di lavoro quotidiano, quando decenni or sono si parlava di due.

Sulla medesima sensibilità non è sintonizzata la prosopopea leghista che vede solo sfaticati lazzaroni in chi chiede il reddito di cittadinanza. Dal suo orizzonte la Lega esclude chi non si allinea pedissequamente. Dunque è divisiva entro il popolo, tra indigeni ed immigrati, mentre dovrebbe integrare quelli che dimostrano buona volontà. Non corrisponde esattamente al nostro interesse creare nemici in casa, mentre già ci ritroviamo quelli stranieri - i banchieri. Ma la Lega è già allineata con loro attraverso i loro stati, principalmente Usa e Sion. Dunque cos’ha la Lega di populista?

Invece dalla base pentastellata è emersa una minoranza sensibile a certe problematiche, dalla visione critica lontana anni-luce dalla semplificazione leghista. Ma anche questa minoranza potrebbe aver connaturato un limite: una visione cosmopolita che non rinsalda lo spirito nazionale ovvero spirito alla base della comunità nazionale.

Tale deficit emerge nitidamente a livello linguistico. L’ubriacatura da democrazia diretta ha indotto i pentastellati ad adottare il termine meetup al posto di incontro, riunione, assemblea. Questi termini hanno definito la nostra storia, per cui rimuovere gli uni equivale a rimuovere l’altra.

L’infiltrazione–inquinamento linguistico operato dall’inglese viene legittimato dai pentastellati fin quando collocano nel loro Olimpo lo spirito americano incarnato da Casaleggio padre.

NATURA PROFONDA IN FACEBOOK

Non plus ultra nella società dello spettacolo è l’esibire facce, fenomeno prosaicamente definibile vetrina per vanitosi. “Fiera delle vanità” era una trasmissione da anni 1950, quando sopravviveva ancora senso critico sull’esordiente televisione.

Il mio stesso apparire su facebook testimonia vanità. Nel contempo accampo qualche ragione o almeno attenuante a mio pro. Se oggi la vita sociale passa attraverso le forche caudine del dirompente mondo virtuale, per evitare la marginalità mi sono adeguato.

Poi c’è modo e modo. I più si armano di spirito frivolo, degradandosi a gossip pubblico o peggio ancora sanno esternare il peggio di sé. Ridurre l’esistenza a tanta insignificanza esaudisce la volontà dei nostri manipolatori.

Tra parentesi non il gossip in sé è male. E’ legittimo nella dimensione privata quando sia leggero ed ironico, indispensabile valvola di sfogo terapeutica.

Invece di essere usato, preferisco usare internet per ricavarne qualche utile. Ad es. grazie a facebook posso condividere quello che merita, le mie valutazioni sul mondo in cui ci troviamo a vivere. Assieme alla diagnosi propongo la terapia: l’ideologia comunitaria o comunista che cementa la collettività nazionale, nel cui contesto gli individui trovino senso all’esistere.

Studiata per coltivare egocentrica dabbenaggine, per diseducare, facebook è inadatta al mio argomentare. In partenza do per scontato il mancato riscontro presso i più. Ma in ogni grande maggioranza esiste una minuscola minoranza indisponibile a digerire questo mondo e dunque disposta ad ascoltare l’altra campana. Tanto mi basta per considerare raggiunto il mio obiettivo.

 

SULLA MIA SCRITTURA

Riflettendo abitudini consolidate da un lungo passato, comincio col manoscritto e poi lo stendo una prima volta al computer. Lì lo rivisito e riscrivo più volte, per chiarire il senso delle frasi, correggere errori di valutazione, sviluppare ulteriormente contenuti. Anche dopo la versione apparentemente impeccabile e definitiva si trovano sempre imperfezioni, seppur di minor conto. Il mio lavoro riecheggia la fatica di Sisifo (personaggio mitologico greco, costretto a tornare ogni volta al punto di partenza per rifare lo stesso lavoro). Dunque rassegniamoci al fatto che la perfezione non appartiene a questo mondo.

Il rigore logico è maggiormente rintracciabile nei miei ultimi testi. I precedenti presentano due punti deboli. Uno compete alla mia responsabilità, quando non avevo ancora definitivamente acquisito una chiara visione del mondo, attratto com’ero da informazioni fuorvianti. L’altro punto debole esula dalle mie possibilità, riguardando un pianeta in tumultuoso movimento. Quello che riteniamo presente è già superato da quell’elite occidentale che pensa continuamente a tormentarci, ma anche dai grandi stati che prendono misure cautelative a propria difesa.

Davanti a siffatto marasma diventa arduo decifrare dove sta andando il mondo, se ed eventualmente come sia possibile invertire la tendenza generale al suicidio. Ci si stanno cimentando ad alto livello certi siti internet alternativi, con cui è obbligato a confrontarsi chi voglia condurre una seria ricerca.

Anche fuori da quel contesto, da chi sa ancora ragionare con la propria testa accetto ben volentieri osservazioni critiche. Si sappia anche che non sono così facilmente elaborabili nei miei confronti, perché non mi ritengo l’ultimo arrivato. La mia non è supponenza, ma consapevolezza di essermi guadagnato nel tempo e con l’impegno l’approdo cui sono arrivato.

QUALE MONDO CI IMPONGONO E QUALE VOGLIAMO

Se siamo ridotti a vivere in un palcoscenico dove tutti gareggiano ad apparire, sto al gioco a modo mio. Se mi limitassi ad esibire unicamente stile letterario fine a se stesso, rivelerei pura vanità. Lo stile mi serve a rendere maggiormente presentabili e dunque accattivanti i contenuti. In tal caso la forma fa da sponda alla sostanza, rivelandosi entrambi servizi socialmente utili.

Anche considerato in se stesso, lo stile narrativo è un’arte come altre finalizzate ad esaltare il lato estetico dell’esistenza. L’impronta artistica diventa tanto più necessaria in un mondo abbrutito da ciò che le si oppone cioè la tecnologia.

Il modello artistico serve a gratificare chi lo elabora assieme a coloro cui è destinato. Nel migliore dei casi aiuta a vivere meglio, nel peggiore a sopportare un mondo abbrutito.

L’arte autentica trova il proprio senso nel ruolo sociale esercitato: esaltando le migliori qualità, si propone a modello positivo per il mondo.

Modello negativo è l’attuale sistema occidentale col suo mercato capitalistico globale, che detta legge anche in campo artistico. Nel più assoluto arbitrio decide quello che vale e no. Stabilisce mode per cui l’arte di valore costa poco, mentre qualche astrattista di grido costa una fortuna. Raggiunge il suo obiettivo rendendo una caricatura l’arte stessa, certificandone la morte. La rappresentazione della realtà si adegua alla realtà stessa, nel mondo occidentale monopolizzata dalla tecnologia. Dunque da noi non c’è più posto per l’arte autentica o almeno un minimo seria.

La cosiddetta arte astratta non appare per caso. Riflette il caos assoluto portato dalla tecnologia nel mondo occidentale ed occidentalizzato. Dietro di essa sta chi non vuol governare i processi sociali, vuol essere libero di scorazzare dove gli aggrada per predare: i banchieri con la loro combriccola criminale. Chi non condivide il loro modo di fare passa per dittatore fascista o comunista. Se proprio vogliamo metterla in questi termini, non possiamo che auspicare una dittatura che governi realmente.

Gli imperi orientali (Russia e Cina, Iran e Turchia) sono costretti ad assimilare la tecnologia, soprattutto militare, per non soccombere ai sanguinari imperialisti atlantici. Ma diversamente da costoro, tengono le istanze tecnologiche al guinzaglio, impedendole di spadroneggiare in assoluto. Così conservano spirito nazionale, identità di popolo, cultura indigena.

Da noi è più che invadente, totalizzante l’impatto tecnologico non solo nella vita quotidiana di ciascuno, ma anche in quella sociale. Le scuole umanistiche e più ancora artistiche non sono più accessibili alla grande maggioranza proletaria e piccolo borghese economicamente rovinata; essa deve rivolgersi a scuole tecno-scientifiche per qualche speranza lavorativa. Sono state abolite le borse di studio per i talenti che non possono mantenersi in scuole formative-educative. Il popolo basso ha perso il diritto all’elevazione spirituale, per quanto poca se ne ricavi nelle nostre istituzioni scolastiche, modellate sugli interessi della classe dominante.

Nella stessa scuola generalista vengono ridotte le ore dedicate alle arti liberali, come un tempo venivano definite quelle che promuovono la libertà interiore). A queste stesse arti vien fatta cambiare natura, penalizzandole con l’impronta tecnica dominante. Valga ad esempio il test Invalsi o la renziana scemenza della “buona scuola”. Dunque le materie umanistiche sono state programmate per scadere nel tempo e nella qualità loro dedicate.

Invece nell’esordiente fascismo il ministro-filosofo Giovanni Gentile elaborava una riforma scolastica che attribuiva centralità alla formazione umanistica, beninteso com’era svolta un tempo! Riteneva la tecnica strumento d’asservimento che fa perdere dignità. Ma guai a riconoscere un qualunque merito al fascismo: diventa sua apologia e dunque reato! Una simile pagliacciata è destinata ad avere i giorni contati in tempi profondamente mutati come gli attuali.

Mentre in passato dal basso si nutriva istintiva diffidenza per le innovazioni tecniche, al presente ci si crede furbi facendosi da loro aiutare. L’apice viene raggiunto col cervello elettronico, “pappa pronta” per sostituire quello vero cioè il nostro. Ma ne paghiamo dazio, perché viene depressa l’opportunità di stimolare il nostro cervello. Mai come oggi le giovani generazioni sembrano amebe ripiegate su se stesse, volutamente ignare del mondo intorno a loro. Sono già entrate in fase regressiva verso l’autismo.

Si obietta che l’alternativa consiste nel tornare allo stadio selvaggio di un tempo. Non è esattamente così, signori miei! Allora esisteva una coscienza superiore, sintonizzata sull’equilibrio col circostante mondo naturale. Semmai per la prima volta nella nostra storia oggi si sprofonda al livello non pensante, ma puramente agente della macchina.

Suo riflesso linguistico sono discorsi puramente funzionali: come funzionano le cose, dove sono stato e cosa ho fatto, senza esprimere opinioni. Ogni contenuto riflette il suo stile ed in questo caso non può che essere piatto, geometrico, spigoloso, in una parola squadrato.

Mentre la creatività artistica langue, non ha più molto senso chiedersi se esista l’arte per l’arte, l’arte fine a se stessa oppure abbia una finalità sociale vincolata al tempo ed al luogo dove si origina e si esprime.

Oggi l’arte potrebbe manifestarsi come modalità barocca, quale si è manifestata nell’arte seicentesca: effetti bizzarri, inconsueti, declamatori, illusionisticamente scenografici. E’ più preoccupata di far vedere quanto si sia bravi nella propria tecnica artistica che dimostrare una vera proiezione creativa. Produce corpi senz’anima, riflettendo la disanimata inciviltà tecnica o forme senza contenuto. Così finiscono per emergere opere autoreferenziali, autocontemplative ed in definitiva esibizioniste. Del resto l’arte non può scrutare in profondità gli stati d’animo altrui così da interpretarne umori ed esigenze, quando vengano meno i rapporti sociali oppure rimangano allo stadio superficiale, impediti da un’ego eccessivo.

Nel mondo occidentale ed occidentalizzato la tecnica non si esprime solo nella produzione materiale. Travalica a livello mentale, trasformandosi in invasivo stile di pensiero.

Rendo meglio l’idea citando un ricordo personale. Alle scuole medie serali per lavoratori, deformato dalla sua stessa materia, un collega di matematica voleva fare il saputello ed invadere il campo di competenza altrui: voleva insegnarmi come gli studenti dovrebbero impostare i temi . Non poteva che propormi il tipico schema tecnico: domande predefinite che fungessero da esca per ispirare e favorire pensieri da mettere per iscritto. Vedeva il contenitore senza contenuto, forma senza sostanza. Pensava alla bacchetta magica che come d’incanto fa uscire dal cilindro quello che si vuole.

Ma non esistono trucchi funzionanti quando non si sono sviluppate conoscenze, tratte esperienze, acquisite riflessioni, formate opinioni, in una parola la materia prima del pensiero. Questa base culturale non si forgia dal nulla, bensì applicandosi con pazienza in tempi lunghi. Compete alle materie letterarie, non certamente alla matematica.

Quando si sia acquisito un bagaglio informativo e nel contempo formativo, emerge spontaneamente a galla proprio quando non venga ingabbiato ed obbligato a rispondere a schemi predefiniti, quando gli venga riconosciuta l’espressione a ruota libera. Almeno questa è la mia esperienza personale e noto che sta funzionando piuttosto egregiamente.

Viene a mio sostegno anche un ricordo universitario: una materia d’esame vertente principalmente sulla creatività, legata all’anticonformismo piuttosto che al conformismo. Messa in questi termini la questione, bisognerebbe processare la stessa istituzione scolastica ed il sistema sociale che la sorregge.

Non bisogna confondersi e saper distinguere quando si parla di libertà. Quella interiore fa i conti solo con se stessi e non risponde a nessun altro. Invece la propria libertà esteriore viene pesantemente condizionata dall’altrui, soprattutto quando si sia costretti a convivere troppo vicini gli uni agli altri.

Trovando gratificazione in se stessa, la libertà interiore non sente un particolare bisogno di affermarsi nella dimensione esteriore. Solo il senso di autorità interiore o in altri termini i temperamenti autoritari vogliono essere riconosciuti all’esterno.

Dunque psicologia individuale e sociale determinano le scelte politiche. E qui ne vengono fuori delle belle. Candidati alla propria incondizionata libertà in quanto liberati da ogni freno interiore, troveremo anarchici relazionarsi in modo autoritario con gli altri, provocando esasperanti tensioni e conflitti. Troveremo fascisti o comunisti, interiormente frenati da un ispirato senso morale, relazionarsi in modo da lasciare respiro agli altri; in questo modo lavoreranno per una civile convivenza nel tessuto sociale.

 

IN APPENDICE QUALCHE SUGGERIMENTO TECNICO

Notoriamente la luminosità esteriore fa a pugni con quella interiore. La riflessione non viene favorita dalla luce accecante, piuttosto dalla penombra e dal buio. E poi secondo uno stringente senso utilitaristico, non vale la pena farsi del male con una luce accecante. Gli occhi non dovrebbero essere intrappolati entro un quadratino abbagliante, che ci fa smarrire e dimenticare la ricchezza intrinseca alla vita reale.

La mentalità tecnica ha conosciuto una formidabile accelerazione fin da quando siamo stati schiacciati ed appiattiti ai livelli più bassi dai cosiddetti liberatori a fine seconda guerra mondiale. Da allora emerse tutta una serie di servizi non strettamente necessari, inutili o dannosi.

Ad es. fin da bambino mi fecero portare gli occhiali che avrebbero rimediato allo strabismo. Era una ridicolaggine, mentre si rimediò con due superficiali operazioni agli occhi. Infine esercizi su apparecchiature ottiche non ottennero ulteriori risultati. Alla fine si sono scoperti inutili sprechi.

Se avessi ascoltato i dottori e continuato a portare occhiali, la vista si sarebbe indebolita ed avrei dovuto rimediare con lenti spesse. Per fortuna intorno ai vent’anni mi misi in testa di ascoltare l’istinto naturale. Deposi per sempre gli occhiali e poi resistetti alla tentazione di riprenderli davanti a qualche problema inevitabile con l’età.

Però diventa indispensabile aiutarsi con qualche accorgimento protettivo. Uso occhiali neri con piccoli fori davanti a qualunque schermo visivo. Di esso riduco al minimo la luminosità, anche scrivendo bianco su nero.

Così non distinguo facilmente punti e virgole oltre al rosso della correzione automatica. Dunque capitano pacchiani errori, inezie per chi badi al sodo.

Buona lettura a chi dimostra buona volontà!

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